Periodico mensile dei Padri Cappuccini e del Terz’Ordine Francescano della Provincia di Sardegna
 
 
Voce Serafica, Maggio 2007
Cultura La Sardegna aragonese e spagnola
di Maria Pes Bocchini

La Sardegna aragonese e spagnola

In seguito alla «guerra del Vespro» (1282), scoppiata in Sicilia, per insurrezione popolare, fra gli Angioini, cioè i Francesi occupatori, e gli Aragonesi, si prepararono le condizioni che portarono la Sardegna sotto la preponderanza aragonese.

Carlo V
Carlo V
In virtù dell’accordo concluso nel 1295 tra il pontefice Bonifacio VIII e Giacomo, figlio di Pietro III d’Aragona e re di Sicilia, l’isola venne ceduta dal sovrano alla Chiesa in cambio dell’investitura della Corsica e della Sardegna.

Così Bonifacio VIII diede vita al nuovo regno vassallo della Sardegna, sulla quale i suoi predecessori avevano sempre vantato dei diritti per una presunta donazione fatta da Ludovico il Pio nell’826. Con la bolla Super reges et regna (1297), Giacomo II diventò a tutti gli effetti re di Sardegna e di Corsica.

Ma si trattava di un titolo e di un acquisto risultanti soltanto sulla carta. Ad attualizzarli pensò il suo successore, il figlio Alfonso il Magnanimo, il quale sbarcò (13 giugno 1323) con trecento velieri e un poderoso esercito nel golfo di Palmas sul lido sulcitano (San Giovanni Suergiu), ed ebbe ai suoi piedi l’isola senza far uso delle armi, fatta eccezione delle due città di Cagliari ed Iglesias, e dei castelli di Terranova, Acqua fredda e Gioiosa guardia, in potere dei Pisani.

L’anno dopo si ebbero i primi segni di rivolta dei Sardi guidati dalle truppe del Giudicato d’Arborea. Gli Aragonesi conquistarono Iglesias e vinsero a Lucocisterna (presso Decimo) le armate di Pisa accorse in difesa, il Castello di Cagliari fu conquistato, e sul colle di Bonaria fu costruita la nuova città: Villa de Bonayre.

Il disegno politico di Alfonso investì anche la Chiesa sarda: il sovrano sostituì i prelati con altri di provenienza iberica e fedeli alla monarchia, rese dipendenti dalle province d’Aragona gli ordini monastici; introdusse nuove tradizioni religiose; favorì la nascita, sul modello catalano, di associazioni a scopo religioso ed assistenziale.

Da quel momento si aprì un forte movimento migratorio da e verso la Catalogna. Sudditi catalano-aragonesi, attratti dall’opportunità di migliorare la propria condizione economica e sociale, si trasferirono nell’isola, stabilmente o temporaneamente. Il fenomeno migratorio in senso inverso fu rappresentato soprattutto dalla deportazione dei Sardi ostili al potere della Corona.

Vessillo dell'Inquisizione
Vessillo
dell'Inquisizione

Giunsero nell’isola anche numerose colonie ebraiche: alcune presero dimora a Cagliari, dove da tempo esisteva una sinagoga; altre si stabilirono in Alghero, Oristano, Iglesias, Bosa. Coi proventi delle attività accumularono consistenti patrimoni che ebbero un ruolo determinante nell’economia dell’isola.

Ma l’opposizione dei Sardi contro la Corona esplose ancora coinvolgendo il giudice d’Arborea Mariano IV, le famiglie dei Doria e dei Malaspina, appoggiate dalla repubblica marinara di Genova. Solo con l’arrivo di Pietro IV il Cerimonioso e dei suoi contingenti, la Corona d’Aragona si impose definitivamente.

Il sovrano sancì la fine delle ostilità con la convocazione, a Cagliari, del primo Parlamento (1355) formato, secondo il modello delle Corti catalane, dai tre bracci o stamenti: quello ecclesiastico (alto clero), quello militare (nobili e feudatari), quello reale (rappresentanti delle ville reali, dipendenti direttamente dal re e non infeudate).

Dieci anni dopo la Corona predispose la suddivisione amministrativa della Sardegna nei due Capi: quello di Cagliari o di Sotto e quello di Sassari o di Sopra. A convocare il Parlamento era il vicerè, che risiedeva a Cagliari con il potere di legiferare in materia di amministrazione, di ordine pubblico, di igiene e commercio.

Convocato ogni dieci anni, il Parlamento eleggeva i suoi rappresentanti. Al di fuori della partecipazione politica rimaneva il mondo rurale. Avvenne così che i contadini, costretti a seminare nelle terre comuni intorno al villaggio o allevare il bestiame nelle terre del feudatario, si chiusero sempre di più nelle loro comunità, diffidenti verso uno Stato di cui non avvertivano la presenza. Il malumore conseguente ai problemi legati alla terra sollecitarono la reazione dei Sardi.

Esplose la guerra tra il Giudicato d’Arborea e la Corona (1369), portata avanti inizialmente da Mariano IV e da suo figlio Ugone III, e successivamente da Federico Doria, figlio di Eleonora, sorella di Ugone III, sposa di Brancaleone Doria, alla quale si deve la promulgazione della Carta de Logu, l’insieme delle leggi che regolavano norme e consuetudini della società arborense.
Nel corso di questi avvenimenti, la Chiesa fu scossa da una profonda crisi, che ebbe un suo riflesso anche in Sardegna.

Dopo la morte di Gregorio IX (1378), durante il cui pontificato si era nutrita la speranza che la Curia ritornasse definitivamente da Avignone (dove si era trasferita nel 1309 in seguito al conflitto con la Francia) a Roma, avendolo promesso il Pontefice, mosso dalle lettere di S. Caterina da Siena e dagli appelli dei fedeli, disaccordi tra cardinali, tumulti popolari, unitamente al travaglio della simonia, condussero ai fatti di Anagni e quindi al conclave di Fondi, dove venne eletto l’antipapa Clemente VII. Ebbe inizio così lo scisma d’Occidente.

Nello scisma ebbe un ruolo preminente la Corona d’Aragona che si schierò a favore dell’antipapa attraverso l’azione politica del cardinale aragonese Pietro de Luna, poi eletto antipapa, col nome di Benedetto XIII. Allora regnava Martino il Vecchio. Fu proprio in quel momento che in Sardegna la guerra tra il Giudicato d’Arborea e la Corona d’Aragona riesplose, con tante divisioni tra sardi e sardi. Il re Martino avviò trattative di pace con Eleonora, ma venne firmata soltanto una tregua.

Intanto la peste, strisciando a tappe lente e invadendo l’Europa, colpiva anche la Sardegna portandosi via Eleonora (1403). Due anni dopo, la tregua concordata fu rotta. Brancaleone Doria ritenne di dover continuare la guerra, con una mossa fortunata occupò il castello di Quirra e il territorio dell’Ogliastra, si avvicinò alle porte di Cagliari, circondò la città.

Martino il Vecchio affidò a suo figlio Martino il Giovane, re della Sicilia, l’incarico di continuare il conflitto. La battaglia decisiva avvenne il 30 giugno 1409 intorno al castello di Sanluri, difeso dai Sardi, dai Genovesi e dai Francesi alleati. Il maniero cadde, gli Aragonesi vi entrarono vincitori; il borgo fu saccheggiato, molti Sardi vennero catturati.

Anche Brancaleone Doria venne fatto prigioniero. Martino il Giovane, lasciato il castello di Sanluri, ritornò a Cagliari, ma per la malaria contratta durante l’assedio, di lì a poco morì, con al capezzale la bellissima giovane schiava di Sanluri, conosciuta come «la bella di Sanluri». Il Giudicato d’Arborea fu trasformato in marchesato e affidato a Leonardo Cubello.

Dopo la morte di Martino il Giovane e dopo quella di suo padre Martino il Vecchio (1410), non essendovi eredi diretti, si aprì una profonda crisi dinastica che si risolse con l’elezione di Ferdinando, fratello di Enrico III di Castiglia, e nipote di Martino il Vecchio (1412). Il nuovo sovrano si trovò davanti diversi problemi politici da risolvere, tra i quali riconquistare una gran parte della Sardegna, dove continuava la guerriglia antiaragonese.

Con un’abile politica diplomatica, ottenne la restituzione delle terre sarde, e risolse in buona parte anche le altre questioni della Corona. Rimaneva aperto però il problema dei «nuovi barbari»: gli Arabi che si erano insediati in Spagna e quelli che avevano creato degli Stati nell’Africa settentrionale. Dopo la sua morte (1416) il trono d’Aragona passò al primogenito Alfonso V detto il Magnanimo, il quale riuscì a risolvere in larga parte i gravi problemi della Corona, adoperandosi anche per l’unione della Chiesa, dilaniata sia dallo scisma d’Occidente sia dai movimenti ereticali di Jan Hus in Boemia e di John Wycliff in Inghilterra, e ponendo fine alla guerra contro il Giudicato d’Arborea.

Con una politica forte di abolizione di quanto restava ancora delle consuetudini giudicali e pisane, ottenne il controllo capillare su tutta la Sardegna. Fu a questo punto che incominciò la vertenza del rapporto Parlamento - Potere feudale, Potere feudale – Governo Centrale. La feudalità, infatti, aveva rafforzato il suo potere, ottenendo il diritto di autoconvocarsi. Il successore di Alfonso, Giovanni II, avviò il processo di una completa catalanizzazione della Sardegna. Nacquero le figure del Governatore Generale, dell’Amministratore Generale e del Procuratore Reale. Col tempo, però, si manifestò un aperto e polemico confronto tra la nobiltà feudale, che aspirava a nuovi privilegi, e la nascente classe burocratica.

Il confronto divenne antagonismo e portò alla formazione di due partiti con a capo rispettivamente il marchese d’Oristano Leonardo Alagon, discendente dei Giudici d’Arborea, e il Conte di Quirra. Ne derivò una vera e propria guerra combattuta al grido di Arborea, Arborea, che si concluse con la sconfitta a Macomer (1478).

Leonardo Alagon venne fatto prigioniero, condotto in Spagna e confinato nel castello di Zativa, nel regno di Valencia. Il marchesato di Oristano venne amministrato direttamente dalla Corona, e divenne un punto di forza territoriale quando la Sardegna passò alla Spagna, unificata col matrimonio di Ferdinando II d’Aragona, detto il Cattolico, e Isabella I di Castiglia. Già il Quattrocento tramontava.

La preponderanza spagnola nell’Isola durò fino al Seicento. Sul piano amministrativo, la Sardegna restò divisa nelle due grandi circoscrizioni o Capi. Fu ridimensionato lo spazio politico dei grandi feudatari attraverso un controllo più diretto sull’amministrazione della giustizia e sulla presenza degli stessi negli stamenti, la cui convocazione si delegò alla nuova figura del Sindaco.

Ferdinando il Cattolico concretizzò il processo di «nazionalizzazione» di tutto l’apparato politico attraverso l’istituzione della carica del Mastro Razionale e del Reggente la Reale Cancelleria; la stabilizzazione amministrativa con deleghe e frazionamenti dell’esercizio della sovranità, che non escluse la Chiesa, riorganizzata sul piano numerico delle diocesi con conseguente soppressione di numerose sedi. Nel processo di «nazionalizzazione» venne compresa l’istituzione, nel 1492, del Tribunale dell’Inquisizione con sede prima a Cagliari e poi a Sassari: i processi furono numerosi, ma senza l’epilogo del rogo.

La Chiesa rafforzò così il suo potere nell’Isola. Dal sovrano ottenne i privilegi di immunità e di diritto di asilo, e la prerogativa di amministrare il Tribunale dell’Inquisizione unitamente al potere civile. I Tribunali operarono non solo contro le comunità ebraiche tanto da reprimerle e costringerle alla fuga, determinando la scomparsa dei ghetti, ma anche contro i moriscos (musulmani convertiti con la forza che continuavano a praticare segretamente la religione islamica), e contro gli zingari che spesso venivano condannati a morte senza processo.

Papa Paolo III
     Papa Paolo III
In Sardegna il primo inquisitore fu Rancho Marìn, nominato dall’Inquisitore Generale, il domenicano Tomàs de Torquemada, teorico e costruttore della Santa Inquisizione. Per gli ebrei fu ordinata l’espulsione (1492), rimasero soltanto quei pochi che s’erano convertiti al cattolicesimo; le due sinagoghe che si trovavano a Cagliari e ad Alghero furono abbattute e su di esse si costruirono due chiese cattoliche.

Morto Ferdinando II il Cattolico (1516), che aveva lasciato come erede universale la figlia Giovanna nata dal primo matrimonio con Isabella di Castiglia e detta per le sue deboli condizioni mentali «la Loca» (la Pazza), la Corona di Spagna passò a Carlo I, figlio primogenito di Giovanna e di Filippo d’Asburgo. Egli, ereditati anche dalla nonna paterna Maria di Borgogna i domini borgognoni e, dopo la morte del nonno paterno, l’imperatore Massimiliano I, i possessi austriaci degli Asburgo, divenne imperatore col nome di Carlo V.

Il nuovo sovrano, occupato com’era nelle questioni di politica estera ed interna poco si interessò della Sardegna, limitandosi a fortificarla con nuove torri di difesa.

L’intreccio di fattori politici e religiosi contraddistingue la storia di questo periodo. Il pericolo turco, elemento misto anch’esso di politica e religione, interessava anche la Sardegna. Il corsaro turco Khair el din detto Barbarossa dominava tutto il Mediterraneo.

I suoi corsari e i Barbareschi (Arabi della Barberia nell’Africa settentrionale) sbarcavano nelle coste della Sardegna seminando paura e morte. I prigionieri diventavano schiavi o eunuchi o rematori di galere: potevano essere riscattati dietro pagamento di forti somme, e il riscatto era affidato ai Mercedari, il cui Ordine era sorto proprio con questo scopo. Nel 1535 Carlo V radunò nel porto di Cagliari una flotta, fu accolto dai Sardi con grandi festeggiamenti.

Poi si diresse a Tunisi; al suo esercito si unirono alcuni contingenti di Sardi. Tunisi cadde. Restò tuttavia la paura di nuove incursioni, che non tardarono ad arrivare. Carlo V decise allora una spedizione contro Algeri che era sotto il governo del pascià Hazan Haga, un sardo rinnegato.

A lui l’imperatore inviò gli ambasciatori perché cedesse Algeri in nome delle sue origini cristiane, ma fu un tentativo inutile. Carlo V radunò quindi nelle acque di Porto Conte in Alghero una flotta al comando di Andrea Doria, e un esercito. Egli stesso si pose al comando della spedizione. Nei tre giorni di soggiorno algherese, esaminò con attenzione le fortificazioni della città, mentre i suoi soldati la spogliavano dei tappeti e degli arazzi che gli abitanti avevano esposto sui balconi in segno di omaggio, e con la speranza di riceverne in cambio, come vuole la leggenda, la patente di nobiltà. La spedizione di Carlo V ad Algeri fu un fallimento.

Ma non erano soltanto gli assalti dei Turchi a rendere precaria la tranquillità della Sardegna. Nuove e violente ondate di epidemie seminavano la morte. Non restava che la forza della preghiera contro il male endemico della malaria e del colera. Nascevano nuove confraternite, si trascinavano alla contemplazione dei «misteri» e alla devozione alla Madonna del Rosario le anime ancora pregne di culti paganeggianti. Sardegna sacra e Sardegna pagana s’intrecciavano in un conflitto che generava spesso intimidazioni, minacce e scomuniche, destinate a tradursi in sentenza penale. Operava vertiginosamente il Tribunale dell’Inquisizione. Agli inizi del 1540 coinvolse la famiglia del vicerè Antonio Cardona.

Questa volta però non si trattava del conflitto tra religione cristiana e culti paganeggianti. In tutto l’impero, nonostante la fede cattolica si fosse imposta nei diversi territori, anche la fede protestante si andava radicando stabilmente. Con facilità si poteva essere accusati di eresia. Fu questa l’accusa mossa dal partito feudale alla moglie del vicerè, ma l’accusa risultò falsa. Si era già all’alba del Concilio di Trento (1545-1563), che perseguì sia una linea religiosa dottrinaria, in polemica con la parte eretica, per ristabilire in modo decisivo l’ortodossia, sia una linea disciplinare, intesa a rivedere in profondità la struttura temporale della Chiesa.

Si trattava di linee che dovevano coinvolgere anche il Tribunale dell’Inquisizione. Il pontefice Paolo III ne rinnovò, infatti, la macchina con la bolla Licet ab initio (1542). L’Inquisizione da allora prese il nome di Sant’Uffizio, con il compito fondamentale di estirpare le disobbedienze e gli errori in materia di fede che si identificavano nelle idee protestanti, che, provenienti dalla Provenza, attraverso la Corsica, si diffondevano anche in Sardegna. Il Tribunale dell’Inquisizione fu trasferito da Cagliari a Sassari e potenziato.

In questo generale contesto, oltre che in uno scontro tra consorterie nobiliari, va vista la vicenda dolorosa di Sigismondo Arquer, storico e giurista cagliaritano, che aveva vissuto a Siena, vivaio di intellettuali luterani. Dopo nove anni di prigionia, fu arso vivo a Toledo (1571) perché reo di avere scritto nel Sardiniae brevis historia et descriptio contro il malcostume e l’incultura della Chiesa sarda.

Paradossalmente l’Inquisizione divenne parte della cultura del Rinascimento. Ma in Sardegna assai ristretto era il mondo della cultura. Prese così a farsi strada l’idea dell’istituzione di scuole di istruzione e formazione. A tale scopo si individuò nei Gesuiti la «forza trainante». Essi organizzarono un sistema educativo e formativo rivolto essenzialmente alle classi sociali elevate. Sorsero a Cagliari il Collegio di Santa Croce in Castello, il noviziato di San Michele in Stampace, e i Seminari tridentini.

Declinava ormai il Cinquecento. Carlo V, ammalato e gravato dai pesi delle Corone, già aveva abdicato in favore del figlio Filippo, che col titolo di Filippo II era diventato re di Spagna. Ora Filippo II, re «prudente» e cristianissimo, reggeva il vasto Regno. Il progetto di burocratizzazione, da lui avviato in tutti i territori del Regno, si applicò anche in Sardegna dove venne istituito il supremo Tribunale della Reale Udienza (1564), organo di consulenza del vicerè e di controllo amministrativo, che con le sue ampie e delicate competenze sancì il pieno riconoscimento politico della classe degli uomini di toga, sui quali il sovrano poteva contare per un più efficiente controllo dell’amministrazione.

Ai ceti fino allora privilegiati restò l’alternativa dell’Amministrazione delle torri di difesa costiera, affidata agli alcaldi e torrieri, che potevano avvalersi all’occorrenza delle truppe locali miliziane. Numerose torri vennero edificate lungo i litoranei costieri. Ma con il processo di distribuzione degli incarichi ufficiali e di ampliamento della macchina burocratica, riemerse anche la rivalità tra gli schieramenti sociali e politici.

Il Seicento s’annunciò con forti iniziative culturali: la nascita delle Università di Cagliari (1626) e di Sassari (1632); l’avvio di un sistema educativo a vantaggio delle classi più umili con le Scuole Pie. A metà del Seicento riaffiorò nell’isola la peste, che durò dal 1652 fino a tutto il 1657. Lasciò dietro di sé circa 80.000 vittime, e l’indebolimento delle già indebolite finanze dell’isola. Il bilancio cadde nelle mani degli speculatori che riuscirono ad ottenere anche titoli nobiliari.

Si aprì una nuova fase di crisi politica: la corsa agli incarichi ufficiali. La crisi esplose nel 1665 e vide scontrarsi i due «partiti», quello «realista» e quello «riformista» con i due leader: il vicerè Camarassa e il marchese Agostino di Castelvì. Il loro assassinio, avvenuto tre anni dopo, dimostrò che il Parlamento non era più espressione di volontà politica, ma che il potere centrale si era rafforzato attraverso una maggiore struttura burocratica.

Tuttavia l’aspetto più interessante del secolo non sta tanto nell’inquietante rapporto tra il potere centrale e quello locale, o nella maggiore o minore influenza dei ceti privilegiati cittadini nel Parlamento, quanto nella volontà delle autonomie locali di far sentire direttamente la propria voce.
Maria Pes Bocchini