Periodico mensile dei Padri Cappuccini e del Terz’Ordine Francescano della Provincia di Sardegna
 
 
Voce Serafica, Settembre 2012
Varie Armenia. Dal lago di Sevan ai monasteri del settentrione
di Tonio Tagliaferri


Tonio Tagliaferri
   Tonio Tagliaferri



 

Complesso mancale di Haghartsih
Complesso monacale
di Haghartsin

Ingresso della cappella di Santo Stefano
Ingresso della
cappella di
Santo Stefano
Lo splendore del lago Sevan  resta negli occhi e nel cuore. Gioia per i cristiani armeni che celebrano la solennità della domenica con grande devozione e godono di una vista spettacolare: il più grande lago alpino situato a quasi duemila metri sul livello del mare. Ma anche biglietto da visita singolare per chi, come noi, è salito lassù con l’aria rarefatta e con la devozione religiosa di un popolo cristiano fervente. Ma ormai è giunto il momento di riprendere il viaggio, verso settentrione, ancora a una certa quota, ma con grande dovizia di architettura religiosa: il complesso monacale di Haghartsin. Definito dalle guide «splendido complesso di edifici in una incantevole valle ammantata di foreste». Il suo nome significa «Danza delle aquile» che già la dice lunga sull’habitat che accoglie le regine della montagna, le aquile appunto. Ma di guglie che svettano in alto ce ne sono alcune di tutto rispetto. Le due chiese e una cappella dedicate rispettivamente a San Gregorio l’Illuminatore, alla Santa Madre di Dio e la cappella a Santo Stefano Protomartire. Dico subito che la cappella mi ha interessato particolarmente per la figura del suo patrono, avendo avuto l’incarico, la gioia e l’onere di fondare una chiesa dedicata, appunto, al primo martire cristiano, Santo Stefano. Ma torniamo al complesso architettonico che ci sta davanti.

Particolare della scuola annessa al monastero
Particolare della
scuola annessa
al monastero
Sorprende la perfetta conservazione delle costruzioni che armonicamente si distendono in un fronte di una cinquantina di metri con ingressi ben lavorati, facciate ricche di ricami architettonici, croci di pietra lavorate alla perfezione. Un’alternanza di corpi centrali, cappelle sovrastanti, cupole di varie forme, ben slanciate verso l’alto. E ancora ai lati lesene, nicchie, finestrelle, rosoni e quant’altro. Il tutto in perfetta simmetria con una rigida distinzione da corpo a corpo. Ogni santo la «sua» chiesa e ogni chiesa con il suo stile. Ma tutto l’insieme quasi un unico corpo per rendere gloria a Dio insieme. Ammiri, contempli, gioisci, ti incuriosisci. E, come ovvio, ti viene la voglia di entrare dentro. Confesso una sorta di attesa non del tutto appagata, sulla scorta delle «nostre» chiese che «dentro» non deludono per la ricchezza dei toni, per lo splendore delle rifiniture e per un complesso di luminosità che fa ammirare e godere. Non così nelle chiese antiche armene. In genere domina l’oscuro della pietra viva senza intonaci e senza ornamenti. La luce zenitale va dritta verso l’altare e lo illumina quanto basta, lasciando tutto il resto in penombra. Cerco di darmi una ragione, accolgo i suggerimenti della guida, non comunico ad altri le mie impressioni e cerco di valorizzare quel sentimento di raccoglimento che si addice ad un’esperienza religiosa. Devo tenere conto anche del fatto che tanti degli straordinari edifici religiosi antichi non sono più utilizzati per la liturgia eucaristica.

la torre campanara del monastero di Goshavank
La torre
campanara
del monastero
di Goshavank
Quindi prevale di più la dimensione storica, turistica, più che quella strettamente religiosa, anche se vengono ricordati costantemente ai visitatori alcuni comportamenti religiosi: due fra tutti, quello di uscire dalla chiesa senza voltare le spalle e quello di non superare mai la soglia che porta all’altare. Interessante il confronto architettonico tra le varie costruzioni, sapientemente rimarcato dalla guida, che vuol dare saggezza di continuità di uno stile costruttivo che fa storia. Dalla «Danza delle aquile» al monastero di Goshavank. Il percorso non è lungo, sempre ad altezza rilevante e in continuità con una trama culturale che non cambia anche se si arricchisce cammin facendo. Ed è proprio questa ricchezza che viene in risalto nella tappa verso il nuovo complesso. In parole semplici il complesso architettonico chiesa-monastero si arricchisce dello specifico: cultura, biblioteca, manoscritti, scuola. Ed è qui che l’identità culturale dell’Armenia attinge significato e valore. Certo si tratta solo di un assaggio, ma quanto basta per scoprire la ricchezza culturale di un popolo e di una religione che fa la differenza per le profonde radici col passato. Non bisogna dimenticare che l’Armenia è depositaria di una cultura che è cresciuta parallelamente ad una esperienza religiosa cristiana autonoma, ma in piena sintonia con il messaggio cristiano. Custodire le fonti di tanto illustre cammino è una ricchezza inestimabile e un contributo anche alla chiesa cattolica e alla cultura dell’occidente che ad essa ha sempre fatto costantemente riferimento.

Preziosissima croce di pietra posta all'inteno della cappella
All'inteno
della cappella
preziosissima
croce di pietra 
Allora accanto alla visita del complesso religioso, lo scoprire anche un complesso in ordine alla cultura è sommamente interessante. Certo non possiamo confrontarci con quanto ha fatto l’occidente, ma il filone che l’Armenia ha portato avanti lungo i secoli sul campo della cultura civile e religiosa è significativo. A questo punto la guida, dall’aula della chiesa antica ci porta in una sala adiacente che fungeva da aula scolastica e da biblioteca. Lungo sarebbe elencare le modalità operative di questa duplice funzione: scuola appunto, e biblioteca. Interessante questa ultima funzione, con una notazione particolare ancora riscontrabile. Fare scuola e custodire i «libri». Fare scuola esigeva poter consultare il patrimonio cartaceo. E tutto aveva un rito che rendeva possibile e facile la consultazione, anche se tutti non potevano disporre in proprio questi strumenti. Ma la cosa più curiosa e interessante era come custodire un tale patrimonio per difenderlo soprattutto dalle incursioni barbariche. E la soluzione era… sotto i piedi: infatti il pavimento era amovibile e apriva degli spazi che potevano contenere tutta la ricca biblioteca in perfetta sicurezza. Si resta ammirati e, perché no, anche riconoscenti per il patrimonio storico che è stato conservato sino ai nostri giorni. E, come i grandi monasteri del mondo occidentale hanno saputo tramandarci un patrimonio inestimabile di cultura profana e religiosa, così anche gli armeni hanno contribuito in modo significativo a difendere la loro cultura civica e religiosa.

Lunetta che sovrasta l'ingrsso della cappella dedicata a Santo Stefano
Lunetta che sovrasta
l'ingresso della cappella
dedicata a Santo Stefano
Certo i resti di tanto impegno non sono paragonabili a quelli dell’occidente. Ma sono pur sempre un presidio di cultura che è bene sommo per tutti, anche per noi occidentali e così pure per la chiesa cattolica. Una lezione, lo riconosco, che mi ha fatto apprezzare la «ricchezza» dell’Amenia, sia sul piano strettamente culturale ma anche in quello strettamente religioso. Motivo in più per dare valore a un viaggio in una terra che ha bisogno di solidarietà, di stima, e sul piano religioso anche di fraternità. Solo andando con interesse, curiosità e stima a confrontarsi con gli «altri», si scopre e si apprezza quanto abbiamo noi e quanto ancora possiamo arricchirci andando a scoprire gli altri. Il complesso monastico di  Goshavank è situato nel villaggio di montagna di Gosh. Altro scrigno antico fondato nel 1188 dal chierico armeno Mkhitar, le cui spoglie riposano  in una piccola cappella affacciata sul complesso principale. Il monastero comprende una chiesa più grande (Surp Astvatsatsin) e due più piccole dedicate rispettivamente a San Gregorio e a San Gregorio Illuminatore. Un tempo una torre sulla biblioteca era più alta della chiesa principale.

Bancarella con oggetti lavorati a mano
Bancarella
con oggetti
lavorati a mano
La tradizione vuole che prima di essere incendiata dall’esercito di Talemano nel XIII secolo, la biblioteca, vicino alla quale sorgeva una scuola, contenesse 15.000 libri. Il monastero di Goshavenk, secondo gli storici, è considerato uno dei principali centri culturali dell’Armenia del suo tempo, abbandonato alla fine del XIV secolo, abitato dal XVII al  XIX secolo per essere definitivamente restaurato tra il 1957 e il 1963. Ai visitatori odierni la custode del complesso riserva una gradita sorpresa: la perfetta acustica della chiesa principale recitando un’antica preghiera e, per chi lo desiderava, la visita ai resti di un antico museo pieno di manufatti ritrovati nella zona. Ma è la nostra splendida guida, giovanissima ed esperta, come ho avuto occasione di sottolineare all’inizio della nostra esperienza in Armenia, che con grande competenza e altrettanta comunicabilità, ci ha introdotto nel mondo vasto della cultura armena, in particolare nei segreti della conservazione e la custodia di manoscritti e documenti storici propri della sua terra. Dalla cultura di questa terra, lontana geograficamente ma vicina per la dimensione religiosa e culturale, abbiamo attinto valori, memoria e significati che resteranno impressi come un patrimonio comune e come prospettiva di un dialogo futuro, sia nel mondo della cultura ma sopratutto in quello della esperienza religiosa. Potrei parlare di una «simpatia» con un popolo nobile;  lieto di aver, anche se in piccola parte, potuto contribuire alla sua conoscenza divulgandone i suoi valori culturali, religiosi e spirituali.

                                                 

 Tonio Tagliaferri