Periodico mensile dei Padri Cappuccini e del Terz’Ordine Francescano della Provincia di Sardegna
 
 
Voce Serafica, Settembre 2011
Cultura L’impegno del laicato lungo i secoli - Il laicato nell’età moderna
di Maria Pes Bocchini

 

Ina rapp
Una rappresentazione
del Concilio di Trento
celebratosi negli anni
1545 -1563
Un rinnovamento religioso e civile interessò tutta l’Italia del Quattrocento. Era l’ansia per una revisione profonda della vita umana, della società. Gli ordini mendicanti, francescani e domenicani, si impongono nei tempi tristissimi del grande scisma d’occidente. Il moto rinnovatore domenicano si espresse attraverso una lotta lunga, dura e difficile, per la sua insistenza nella polemica contro la decadenza ecclesiastica e le forme temporalistiche della Chiesa, che culminò nella vicenda savonaroliana partecipata in quegli ambienti della penisola sensibili alla riforma del costume ecclesiastico e di una società in crisi. Era l’urgenza di un risorgimento, di un risveglio dell’esperienza morale e della restaurazione religiosa. Tutto doveva essere riportato a Dio, al bene ultraterreno e oltremondano. Ma tutto passava attraverso l’esperienza umana, la ragione, il tempo, la natura, la società, il mondo. Cristo era al centro delle creature, delle cose, del cielo e della terra. Le ragioni della dignità dell’uomo dovevano essere allineate sulle misteriose e immense ragioni di Dio. L’idea della renovatio portò all’umanesimo cristiano e a nuove iniziative ecclesiastiche, quali la Compagnia del Divino amore di origine ligure ma fiorente a Roma, o allo svilupparsi dalla stessa Compagnia o, infine, alle premesse di nuove attività religiose affidate ai nuovi ordini, i Teatini, i Barnabiti, i Somaschi, i quali tutti avevano a fondamento comune il tema del rinnovamento, tutti ambivano ad un programma di restaurazione religiosa, che culminò nel Concilio di Trento (1545-1563) con il sorgere anche del nuovo ordine dei Cappuccini. In questa epoca controriformistica, di fronte alla riaffermata potenza e presenza della Chiesa nella vita pubblica, si delinearono posizioni civili che inclinavano all’autonomia della sfera civile da quella religiosa.

Pietro Giannone
Pietro Giannone
Varc
Card.Giacomo
Antonelli
Antitesi di atteggiamenti, di correnti morali, di esigenze religiose generarono quello che gli storici chiamano curialismo e anticurialismo. Si trattava di forme di comportamento divergenti sulla valutazione dei due poteri e istituti sovrani, quello ecclesiastico e quello civile dei diritti e competenze della Chiesa e dello Stato. Fu una questione che interessò la Curia e le corti Italiane. Il popolo c’entrò poco o nulla. Ma non fu uno scontro frontale, con precise rivendicazioni della propria figura; fu una polemica che generò il caso del napoletano Pietro Giannone, nemico della Curia romana e autore del Triregno, il quale sperimentò l’esilio e la prigionia. Il suo atto d’accusa contro la Curia avvenne nel nome di una coscienza secolare, già laica e modernamente aperta, attraverso la polemica, a denunciare i limiti storici della Chiesa romana, per quanto si debba riconoscere che l’opera fosse partigiana, di alta faziosità, tuttavia dalla testimonianza del Giannone non è possibile prescindere. Era l’annuncio di una religiosità razionalizzante, forse anche a tendenza democratica, incline a distinguere la fede dalla ragione, la sfera ecclesiastica da quella civile, già presente nella coscienza illuministica viva e operante verso la metà del Settecento in tutta l’Europa. Anche in Italia, dove la presenza della Chiesa e della Compagnia di Gesù era persistente, la questione religiosa era il punto cruciale. Non è facile seguire le fasi di questo processo, né è facile individuare come e per quali vie avvenne la revisione della vita pubblica e quella della riforma religiosa.

Antonio Rosmini
Antonio Rosmini
Si può comunque essere certi che, dopo la metà del Settecento, quando si venne consolidando un fronte comune sul piano di un’impostazione ispirata ai criteri illuministici, quel processo, con la rivendicazione delle autonomie, implicò anche la critica sistematica dell’eccessiva presenza ecclesiastica in materia temporale, e da questa la necessità di un rinnovamento spirituale che auspicava il disegno ambizioso di una riforma religiosa. In questo senso, da punti di vista eterogenei, concorsero illuministi, giacobini e giansenisti. Tutto ciò finiva col proporre una revisione del costume cristiano, delle responsabilità sacre e profane della Chiesa e del clero, dell’adeguamento del messaggio evangelico alla semplicità apolitica delle sue origini senza perdere il contatto col mondo. Forse questo fu l’aspetto proprio del giansenismo con la sua testimonianza radicale contro la così detta tirannide romana. Il giansenismo, partito dal rifugio romano e poi dai cenacoli attivi di Pavia e Pistoia con il vescovo Scipione de’ Ricci, fu un fenomeno di élite, aristocratico, di piccoli gruppi, che ebbe la sua fine nel 1794 con la bolla pontificia Auctorem Fidei. Frattanto emergevano forme di religiosità laiche, fondate sul trinomio Libertà-Uguaglianza-Fraternità, e l’intuizione della Nazione e della Religione come termini e valori pregni di fermenti per il futuro, cioè non più staccati e incompatibili, ma entrambi soggetti di storia impegnati a operare dinamicamente nello sviluppo dell’umanità, guida del vivere civile, rapporto necessario tra vita religiosa e vita nazionale intatto da compromessi illeciti col mondo, con gli interessi, con i temporalismi. Così nacque il senso del Risorgimento, con le sue implicanze anche mistiche, che divenne comunicazione, predica e messaggio attraverso Mazzini e Gioberti, Romagnosi con la sua lezione del Cristianesimo, tutti protesi verso la forza dinamica della religione misticamente impegnata a concorrere alla missione dell’Italia e di una Chiesa universale feconda, sotto il segno della guida pontificia religiosamente democratica. Eppure sembrò che l’istanza laica volesse prevalere su quella confessionale.

Romolo Murri
Romolo Murri
In verità, più che contro la Chiesa e il Papato, le istanze laiche si rivolsero al loro temporalismo, che il Sillabo pensò di squalificare e scomunicare. Nel corso della stagione risorgimentale si evidenziò la profonda differenza fra il messaggio mazziniano e quello giobertiano; una profonda crisi attraversò la religiosità italiana, letteralmente divisa fra la grande tentazione tradizionalistica di far riassumere in mano alla Roma cristiana il governo dell’Italia e la tentazione progressista di restituire Roma e l’Italia alla forza del reggimento del popolo. La risposta del Papato alle richieste e rivendicazioni della mentalità laica risorgimentale si pronunciò attraverso il Non possumus del cardinale Segretario di Stato Antonelli. Il precipitare degli eventi portò poi alla breccia di Porta Pia, il 20 settembre del 1870. Passavano pochi anni, e non lontano dalla Basilica di S. Pietro cominciava ad erigersi l’altare della Patria. Con il Risorgimento l’istanza laica prevaleva su quella confessionale, ma non fu anticlericale nel senso radicale della parola. Successivamente, il profilo civile e religioso che seguì il Cavour nel governo della vita nazionale e nel regime di una cultura impegnata ci presenta il Cristianesimo liberale. Riapparivano le componenti evangeliche nella politica della Destra, quella storica, con il barone Ricasoli, Settembrini, Rosmini, per citare i primi nomi che ci vengono alla mente. Anche se da un lato l’intransigenza pontificia si concretizzava nel Non expedit di Pio IX, cioè nella proibizione formale ai cattolici di partecipare alla vita politica nazionale, cosa che alimentò le correnti più progressiste a forme violente di anticlericalismo e di celebrazioni anticattoliche. Sull’impegno civile dei cattolici e sulla missione della Chiesa davanti alla questione sociale è centrata l’enciclica Rerum Novarum (1891).

Papa Leone XIII
Papa Leone XIII
Leone XIII (papa Pecci) tentava in questo modo di ricristianizzare il mondo della politica partendo dal basso, per poter ritrovare poi in esso un sostegno alla Chiesa; ma diede inizio anche, pur senza avvertirne le conseguenze, a incamminarsi verso una strada senza dubbio più moderna ma che avrebbe portato molti uomini di Chiesa all’aperto dissidio e alle dispersioni. Caso emblematico fu la vicenda di don Romolo Murri, che dal discorso di San Marino si avviò al distacco dal magistero di Roma. Da quella spinta leonina, comunque, nacque la grande idea dell’Azione Cattolica antica concezione puramente politica di governi cattolici che operavano dall’alto attraverso le vie istituzionali. E si accompagnò una nuova azione capillare dei fedeli che negli ambienti in cui vivevano animavano sul piano etico la vita sociale. Sembra che durante i primi anni del suo pontificato, Leone XIII non si sia molto preoccupato dell’Opera dei Congressi sorta nel 1874 nel Nord-Italia. Al contrario, dopo aver rinunciato alle sue speranze di conciliazione con la Nuova Italia, preoccupato per l’allientamento secondo lui troppo governativo di molti vescovi, tuttavia appoggiò sistematicamente il tentativo di organizzazione delle forze cattoliche sotto l’egida di militanti intransigenti sul piano politico ma pronti ad ogni sforzo su quello sociale per conservare alla Chiesa, nella sua opposizione alla classe dirigente liberale, le simpatie popolari. Così, pur essendo d’accordo sul rinnovamento della finalità e dei metodi dell’azione dei cattolici nella società, egli non intese rinunciare alla subordinazione delle associazioni cattoliche al clero parrocchiale e alla gerarchia ecclesiastica: l’autonomia del laicato in materia profana non rientrava nelle categorie mentali di Leone XIII più di quanto non rientrava in quelle del suo predecessore Pio IX. Ne derivò il divieto ai cattolici della partecipazione alle elezioni politiche (Non expedit). (2 – Continua)

Maria Pes Bocchini