Periodico mensile dei Padri Cappuccini e del Terz’Ordine Francescano della Provincia di Sardegna
 
 
Voce Serafica, Ottobre 2010
Cultura Sardegna «isola della morte»
di Maria Pes Bocchini

 

L'Istria slovena e croata
L'Istria slovena e croata
La Sardegna fu per numerosi sloveni e croati terra d’esilio fin dal 1915. Il 4 giugno 1915, una settimana dopo l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Impero austro-ungarico e la Germania, il tribunale militare italiano, con un provvedimento urgente, ordinò la fucilazione, all’entrata del paese di Idrsko vicino a Kobarid, di 5 contadini di Smast e 2 contadini di Kamno. Incominciò così la rappresaglia: fu ucciso ogni decimo contadino sloveno che si trovava sui campi nel momento in cui i carabinieri sparavano ai disertori, soldati italiani, che fuggivano di fronte alle mitragliatrici e alle raffiche austriache sulle montagne del Krn. A Cividale, ai contadini sopravvissuti furono cancellate tutte le  colpe. Alla fine  del 1915, quando i soldati serbi dovettero spostarsi con le armate in territorio albanese e da qui a Cefalonia e a Biserta in Africa, i prigionieri di guerra austriaci, catturati dai Serbi a Cer e lungo il fiume Kolubara, furono trasferiti sulla costa albanese. Le statistiche ufficiali italiane registrano che oltre 5000 prigionieri morirono di colera. La decisione degli alleati fu di affidare i sopravvissuti all’Italia e inviarli a L’Asinara. L’isola sarda divenne così un grande campo di concentramento per tutti i prigionieri di guerra austriaci. Ivan Rutar, padre di 6 figli, proveniente dal paese  di Krn, morì di malaria poco dopo l’arrivo nell’Isola. Egli fu il primo sloveno morto in Sardegna in esilio. Nella prima fase di deportazione in Sardegna numerosi furono anche i sacerdoti del territorio della Brda/Collio e del Posocje/Isontino. La roccaforte Belvedere, a Firenze, il 28 giugno 1915, diventò centro di raccolta di tutti i sacerdoti friulani e sloveni arrestati dalle autorità.

Camillo Medeot
Camillo
Medeot
Nella seconda metà del 1916, furono inviati a L’Asinara anche i prigionieri provenienti dal fronte isontino, che erano per lo più dalmati e sloveni. Poiché erano state distrutte tutte le attività economiche laiche croate, anche il direttore di un’importante casa editrice, Josip Krmpotic, fu internato in Sardegna. La stessa sorte toccò a Stefan Lovrecic, segretario del comune di Maresige, il quale si era opposto all’uso della lingua italiana nell’amministrazione comunale, in quanto nel comune non risiedeva alcun italiano. Tra il 1919 e il 1920 furono deportati dal Litorale e dall’Istria circa 2000 slavi. Diverse sono le testimonianze che civili e religiosi ci hanno lasciato attraverso memorie e diari. Camillo Medeot riferisce di un seminarista e di 18 sacerdoti sloveni internati, tra i  quali Josip Milanic, vicario di Marijno Celje, e Anton Gerbec, parroco di Mirnik, e di Ivan Frankè che, nato a Lubiana nel 1876 e presi i voti il 22 luglio 1900, fu prima cappellano a Crnice, poi curato a Stj e parroco di Gorenje Polje, vicino ad Anhovo, infine fu trasferito a Cepovan ed a Vogrsko. Quindi, costretto a lasciare il Litorale con molti altri confratelli, fu inviato prima in Italia per spionaggio e azioni di sabotaggio, poi fu mandato in Sardegna, a Narcao. Chiese il trasferimento in una località vicina a Sassari, dove già si trovava il confratello friulano Spessot, ma la richiesta fu respinta. Scrisse nel suo diario: «Tra le altre malattie che dobbiamo sopportare qui in Sardegna, c’è anche la febbre malarica. Mio Dio, quando arriverà il momento di fuggire da quest’isola disperata e malsana. Miserere nostri Domine, miserere!  Memento Mei! Prosit 1917…» Tornò a Lubiana nel 1931. Tra i civili, il prigioniero Lovrecic, da Busachi dove si trovava così scriveva alla moglie a Babici, vicino a Koper: «Ogni giorno è più difficile stare qui. Ogni giorno desidero sempre più di tornare a casa. I giorni sembrano anni». 

Papa Bendetto xv
Papa Benedetto
XV
A guerra finita, alcuni ritornarono a Bovec e raccontarono di quanti dei loro compagni, civili e religiosi, erano morti per fame e di malaria nell’Isola. Alcuni però non poterono ritornare nel Goriziano. In favore  del loro rientro si adoperò l’arcivescovo Francisek Borgia Sedej, che il 16 novembre 1918 inviò al governatore triestino, generale Petitti di Roreto, una lettera per i provvedimenti del caso. Il generale promise che l’Italia avrebbe garantito la libertà di culto per tutti gli slavi della Venezia Giulia. Così scriveva: «la vostra religione verrà tutelata, perché la fede cattolica è la fede di tutta l’Italia». Ma il 27 gennaio 1919 l’arcivescovo Sedej nel suo rapporto al papa Benedetto XV lamentava ancora che 56 sacerdoti rimanevano internati. Nello stesso anno moriva nell’Isola il sacerdote Josip Flego, di provenienza istriana. Nell’estate del 1920 ci furono campagne di proteste nel Litorale e in Istria: si chiedeva il rimpatrio dei prigionieri di guerra dei territori dell’ex impero austro ungarico. Ma nulla avvenne. Un documento, conservato nell’Archivio Provinciale di Capodistria, con il titolo «Un soldato sloveno in Sardegna / Slovenski vojac na Sardiniji», datato 1925 e firmato Anton Sivec, racconta così il suo arrivo in Sardegna: «Così trasferirono anche me, nell’autunno del 1925, da Torino a Sassari. A Torino svolgevo il servizio militare in un’unità di approvvigionamento, dove c’erano in prevalenza figli di vari latifondisti, commercianti, mugnai e altri imprenditori». Ritornati dall’Isola gli internati, vennero mandati in Sardegna ferrovieri, maestri, postini, cantonieri. Con l’entrata in guerra dell’Italia fascista, i generali italiani del Comando Supremo dovettero affrontare di nuovo il problema degli sloveni del Litorale e dei croati dell’Istria, che erano stati mobilitati.

Pavek karadordevic
Pavek
karadordevic
Ma già agli inizi del 1941, proprio quando ci si adoperava perché il principe Pavel Karadordevic non si unisse alle  forze dell’Asse in cambio della promessa di revisione del trattato di Rapallo 1920, il governo italiano, ritenendo ancora una volta quei soldati pericolosi, ordinò che tutti i militari di nazionalità slovena e croata venissero disarmati e trasferiti dalle unità militari di confine alle basi di altri reggimenti, lontani il più possibile dal confine di Rapallo. Ogni battaglione doveva essere comandato da un maggiore dei carabinieri e da un colonnello dell’esercito regolare. Così avvenne la mobilitazione nelle zone del Litorale e dell’Istria. Furono richiamati alle armi nei Distretti Militari di Fiume, Pola, Zara, Gorizia e Udine i nati nel 1896. Nelle loro divise, sul braccio sinistro, venne cucito un nastro con la scritta SP, che significava sospetto politico. Vennero inviati nei centri di raccolta dove si formarono i battaglioni speciali. Nel memoriale si diceva ancora che per vent’anni gli slavi della Venezia Giulia avevano subito oppressioni e persecuzioni, che il territorio si riteneva  perciò estraneo  nel Regno d’Italia e quindi pronto a lottare per il diritto all’autodeterminazione. Nell’autunno del 1942 fu richiamata la classe 1923. Il generale Bergonzi, comandante della zona militare di Udine, ordinò l’arresto di tutti i giovani del Litorale al di sopra dei 15 anni d’età; seguì l’ordine di richiamo. Il governo fascista li definì quelli dell’anno d’acciaio, perché tutti avevano frequentato la scuola italiana. Poi furono richiamati i nati del 1925 e del 1926. Frattanto, infatti, era già in atto la lotta partigiana. Un’altra testimonianza ci è offerta da Aloiz Rehar, deportato  con altre migliaia di sloveni del Litorale e di croati dell’Istria per impedire che collaborassero alla resistenza. A novant’anni, nel 1995, pubblicò sul n. 33 del giornale Vipaviski i suoi ricordi.

Arzachena:I Sardinici poco prima della caduta dell'Italia nel 1943
Arzachena: I "Sardinci"
poco prima della
caduta dell'Italia
nel 1943
Così scrisse in merito al suo esilio in Sardegna: «Tra i deportati c’erano molti residenti di Vipava, Zemon e Gradisce vicino a Vipava. … Il centro di raccolta si trovava a Vipava presso il Comando dei carabinieri, dove era appeso un volantino con la taglia sulla testa del partigiano Janko Premrl. Abbiamo immaginato che questo avesse aumentato la paura delle autorità italiane che anche noi aderissimo alla lotta di liberazione. Ci caricarono sui camion, di guardia c’erano dei soldati italiani armati. Alla testa della colonna c’era un autoblindo. Fummo colti dalla paura e dall’incertezza perché non sapevamo dove ci stessero portando. Ma alla partenza intonammo la canzone Ojzdaj, ojzdaj, nazaj, prinesli bomo svobodo. – Ora, ora andiamo, torneremo e porteremo la libertà. Ci consolava la consapevolezza di essere sloveni e di appartenere ad un popolo acculturato». I partigiani erano per lo più giovani che provenivano dalle zone rurali, dall’alta zona  del fiume Vipava-Vipacco, da quella di Tolmin, dai dintorni di Idrija. Il prefetto di Gorizia, Aldo Cavani, chiese misure adeguate. Il Ministero della Guerra del Regno d’Italia così rispose in data 24 gennaio 1943: «Per una soluzione definitiva della questione si rende necessario internare tutti i cittadini validi della classe 1900 e quelli delle classi più vecchie fino al 55° anno d’età, e i cittadini non validi, di tutte le classi, provenienti dai distretti sloveni e dalle vecchie province». La proposta rimase in vigore fino alla caduta del fascismo. Così, il 31 luglio, a Gorizia, furono messe in atto le minacce di Mussolini: avvenne la caccia a tutti gli uomini sloveni, catturati dalle autorità militari fasciste. Dal Goriziano partivano colonne ferroviarie. Il 15 febbraio 1943 venne effettuata nella provincia di Gorizia la mobilitazione degli sloveni della zona del Vipava e del Goriziano nati tra il 1901-1906, non ancora richiamati per diverse ragioni. Vennero caricati sul treno alla stazione di Gradisca diretto verso la penisola appenninica. Il segretario del partito fascista di Vipava così scriveva all’inizio di febbraio di quell’anno: «Le circostanze politiche, in particolare nella zona del Vipacco, stanno peggiorando sempre più e la resistenza partigiana ha già assunto forme e aspetti preoccupanti».

Bonorva: sloveni del Litorae e croati dell'Istria in occasione della visita di Mussolini in sardegna nel 1942
Bonorva: sloveni del
Litorale e croati
dell'Istria in occasione
della visita di Mussolini
in Sardegna
nel 1942
Nel 1943 i primi ad essere chiamati furono quelli della classe 1929. Vennero presi con la forza e portati al centro di raccolta di Vipava presso il Comando dei carabinieri, dove era affisso un foglio con la taglia sulla testa del partigiano Janko Premrl. Furono ammassati e caricati su camion, alla testa della colonna un autoblindo. Attraversata la penisola italiana da Bologna, Firenze, Arezzo, assieme ad altri ribelli, dopo due giorni di viaggio giunsero a Potenza il 15 febbraio 1943 e da qui, in parte, inviati in Sardegna, l’isola della morte, come poi la chiamarono per il numero di morti in seguito alla malaria. Anche in questo caso numerosa è la documentazione diretta attraverso manoscritti, diari e memorie. Riferisce Tone Ferenc nel suo Primorska pred vsljudsho vstajo 1943, Il  Litorale alla vigilia del 1943: Maks Comac, nato a Bovec, il 12 novembre 1907, da Tolmin si trasferì a Gorizia nel 1931, dove fu prefetto del Convitto San Luigi di Gorizia. Fu licenziato perché aveva consegnato agli allievi come regalo natalizio il libro di Collodi, Pinocchio, tradotto in sloveno con il titolo Lesenjac Cefizelj da Jurko Hocevar. Deportato, giunse a Potenza e si fermò in un albergo prima di presentarsi in caserma. Per 14 giorni, con un pacchetto di buon tabacco era riuscito a persuadere il sergente a poter alloggiare in un albergo, dove lo aveva raggiunto un amico di Gorizia, Lojze Begus. Ma, poiché arrivavano in gran numero altri uomini dal confine orientale d’Italia, furono costretti a restare in caserma, un edificio nuovo costruito per i prigionieri inglesi, con i bagni chiusi a chiave e bloccati con chiodi, così che per i bisogni corporali si doveva andare nei campi circostanti. Con le migliaia di soldati senza fucili si formarono delle compagnie inviate in diverse zone della regione come manodopera per qualsiasi tipo di lavoro. Lui venne trasferito a Milano. Dopo la caduta del fascismo tornò a Gorizia.

Lavo Cermelj
Lavo Cermelj
Lavo Cermelj, scienziato e patriota triestino, inviava a Londra, al Ministero degli Esteri, un memoriale, Boj za zivljenjein smrt slovenske manjsine v Italiji, La lotta per la vita e la morte della minoranza slovena in Italia, nel quale descriveva la difficile situazione nel Litorale:  le autorità  fasciste nutrono sfiducia verso tutta la popolazione della Venezia Giulia, che si poteva ritenere un corpo estraneo nel Regno d’Italia e che perciò andava unita al suo entroterra, al quale apparteneva per nazionalità... Nelle precedenti guerre - continuava la nota - gli slavi erano stati mandati al fronte in Abissinia, Spagna, Albania, in numero relativamente maggiore rispetto agli altri cittadini italiani, e pertanto con maggiori perdite e feriti. Ora, invece, i soldati sloveni e croati sono per lo più separati dalle unità alle quali appartengono, sono stati raggruppati in battaglioni speciali e mandati a Teramo, Campobasso, Casale Monferrato e in altre città del sud Italia… Negli ultimi tempi molti non indossano più neanche le uniformi, non portano le armi». La testimonianza di Cermeli è di fondamentale importanza, come lo è quella di Dorce Sardoc, fiero promotore della libertà slovena, nemico dell’assimilazione, che mai si arrese. Nel processo di Trieste del 1941 entrambi furono condannati a morte, ma all’ultimo momento la pena fu commutata in ergastolo. Dorce Sardoc venne poi confinato a Grado. Così scrisse sul compagno di lotta: «Era uno sloveno del Litorale che si opponeva, anche continuando a rimanere sulla nostra terra, anche se solo con il cuore, alla pressione sempre maggiore dell’Italia fascista. Sopportava qualsiasi colpo, non si arrese mai e sperò sempre in tempi migliori. Lo slogan diffuso in tutto il Litorale - meglio i turchi dell’Italia - fece di ognuno di noi un irredentista al cento per cento. Questo irredentismo era senza compromessi inequivocabili e senza alcun se o chi sarà al governo. Nel 1999 in onore di Cermelj venne inaugurato un busto a Lubiana. Pinko Tomazic, indiscusso comunista, dichiarò apertamente sotto processo: Abbiamo lottato affinché tutti gli sloveni in Italia e in Carinzia diventino parte della Slovenia libera». Era irrilevante che si riferisse alla Slovenia libera sovietica o meno. La più bella e lampante dimostrazione di ciò fu l’adesione collettiva all’insurrezione e alla lotta partigiana, il che incarnava un unico desiderio e un’unica volontà. (1 - Continua)

Maria  Pes Bocchini