Periodico mensile dei Padri Cappuccini e del Terz’Ordine Francescano della Provincia di Sardegna
 
 
Voce Serafica, Dicembre 2009
Cultura Le canzoni di Natale di Pietro Casu
di Giampaolo Lallai

La natività secondo l'interpretazione di una icona copta
La natività secondo
l'interpretazione di una
icona copta

 

Sui canti sardi di Natale mi sono brevemente soffermato in Voce Serafica del dicembre 2006. Nell’approssimarsi della ricorrenza cristiana più sentita, riprendo l’argomento per parlare in modo un po’ più approfondito di alcuni di quei canti e, in particolare, dei più conosciuti e che fanno ormai parte della nostra tradizione popolare. Mi riferisco a quelli di Pietro Casu, musicati da Agostino Sanna, il cui nucleo principale è costituito dalle Cantones de Nadale, composte rapidamente, nel dicembre del 1927, una per ogni giorno della Novena. I titoli sono notissimi: Notte de chelu, Naschidu est in sa cabanna, Andhemus a sa grutta, Candh’es nadu Gesus in sa grutta, In sa notte profundha, Duos isposos a s’iscurigada, Acculzu a Betlemme, It’es cust’armonia, A sos primos rigores. Vennero presentate in ciascuna sera da una piccola orchestra e da un coro, riscuotendo subito una grande e calorosa accoglienza dei fedeli. Altre quattro canzoni, invece, furono composte successivamente: Tres pastores poverittos, Narat Maria, Currien a sa grutta sos pastores, Lughen in chelu. Pietro Casu (1878-1954) era di Berchidda, dove fu parroco dal 1912 fino alla morte. Ebbe fama di grande predicatore e fu autore di diverse opere tra cui Notte sarda, un romanzo del 1910 e, soprattutto, il Vocabolariu, con oltre cinquantamila voci del logudorese comune, che lo impegnò per tutta la vita. Tra il 1899 ed il 1906 scrisse, sempre nella variante logudorese, Sas Preigas, dove raccolse i testi delle sue prediche tenute anche in Continente ed all’estero, con l’obiettivo di mettere a disposizione dei lettori l’insegnamento del Vangelo e i tesori della sua esperienza nella lingua sarda. Predicava in sardo, infatti, per farsi capire da quanta più gente possibile, tenuto conto che in quel periodo storico ben pochi parlavano l’italiano. Ed in sardo tradusse la Divina Commedia, molti passi del Vangelo e diverse liriche del Leopardi, del Foscolo e di altri poeti italiani. Perciò riuscì nel duplice scopo non solo di avvicinare gli alti dogmi della fede alla capacità della gente semplice, ma anche di dimostrare la piena dignità, anche letteraria, della lingua sarda. Nel 1950 gli venne attribuito il primo premio «Grazia Deledda» per la poesia sarda. 

Agostino Sanna (1902-1982) era di Ozieri e fu dapprima organista nella Cattedrale della sua città e poi direttore della «Schola cantorum» nella facoltà di teologia di Sassari. A Berchidda arrivò nel 1927 e vi stette, come viceparroco, fino al 1930. Musicò le Cantones de Nadale adattando le melodie sarde allora in uso.  

Pietro Casu, noto Babbai, e Agostino Sanna hanno costituito, quindi, un binomio davvero eccezionale per la poesia e la musica della Sardegna; dal loro incontro sono nate le più belle canzoni natalizie dell’Isola, dalle dolcissime e struggenti melodie, tutte molto orecchiabili, e dalle parole molto semplici che dipingono scene di vita quotidiana, per lo più rurale, fresche, coinvolgenti e improntate all’ottimismo per l’attesa di un futuro sempre migliore.   

Notte de chelu contiene molti di questi elementi già nella prima strofa: 

 

Notte de chelu es custa: dogni sinu

de allegria si sentit bundhare,

ca in sa grutta es nadu su Bambinu,

dai s’inferru pro nos liberare. 

(Questa è una notte celeste: ogni cuore / si sente traboccare di allegria / perché nella grotta è nato il Bambino / per liberarci dall’inferno).

 

Ma anche nelle successive, ad esempio nella sesta, permane questa bellissima immagine divina: 

 

Leat sa paza sa manuzza santa

e l’isparghet in terra po giogare...

e in oro si giambat totaganta,

e fiorid in rosa e in germinu. 

(Prende la paglia la manina santa / e la sparge a terra per gioco... / tutta si trasforma in oro / e ne nascono fiori di rosa e gelsomini).

 

Così pure nella prima de In sa notte profundha:

 

In sa notte profundha

cantat su rusignolu

cun sas pius suaves melodias.

Su murmuttu ’e s’undha

de su calmu rizolu

contat misteriosas allegrias. 

(Nella notte profonda / canta l’usignolo / con le più soavi melodie. / Il mormorio delle onde del placido ruscello / racconta allegrie misteriose.)

 

Molto suggestiva è, poi, la descrizione della meraviglia dei pastori sorpresi durante il loro lavoro dalla nascita del Bambino. La seconda strofa della canzone Candh’es nadu Gesus in sa grutta così recita: 

 

Sos pastores ancora, lassendhe

in pastura sas amas tranchiglias,

accudian: a sas meraviglias

in benujos restan adorendhe.

E naraian in coros issoro:

«Ah, semus poverittos!

ma roccas e granitos

diamos cherrer dare fattos d’oro!» 

(Lasciate le greggi a pascolare tranquille, anche i pastori accorsero: / per la meraviglia si inginocchiarono in adorazione. / E dicevano tra sé: / «Ah, siamo poverelli, / ma rocce e granito / vorremmo mutare in oro per darli in dono!»)

  

Analogo fascino hanno la terza e la quarta strofa di Naschidu est in sa cabanna: 

 

E benian sos pastores

incantados, cre-no-crè:

e in cussos risplendhores

appuntànt lestros su pè. 

E naràd ognunu in coro:

«Bambineddhu, inoghe so!

No ti atto prata e oro;

ma cust’anima ti do». 

(E vengono i pastori / incantati, increduli: / e verso tale splendore / s’avviano con passo svelto // E dice ognuno nel suo cuore: / «Bambinello, eccomi! / Non ti porto argento né oro: / ma quest’anima ti do!»)  

 

Davvero splendide e piene d’amore sono, inoltre, le parole della Ninna nanna che Maria, come una mamma qualunque, canta al suo piccino nella fredda e buia grotta di Betlemme. Riporto la prima e l’ultima strofa di Narat Maria:

 

Narat Maria, ninnendhe su Fizu

in sa grutta iscurosa:

«Drommi, coro, e riposa,

de chelu e terra immaculadu lizu:

drommi senza fastizu,

riccu tesoro de Mamma amorosa!» 

«Isse no cheret sedas,

e né oro e né prata,

ma coros, ue regnet caridade.

Animas in combatta,

poveros, riccos, bastat chi l’amedas

pro incontrare sa felizidade!» 

(Dice Maria, cullando il Figlio / nella buia grotta: / «Dormi, cuore mio, e riposa, / giglio immacolato dei cieli e della terra: / dormi senza fastidi, / ricco tesoro della Madre amorosa». // «Lui non vuole seta/ né oro né argento, / ma cuori dove regni la carità. / Anime travagliate, / poveri, ricchi, è sufficiente amarlo / per trovare la felicità!»). 

 

Nella canzone A sos primos rigores (Ai primi rigori del freddo) si racconta, invece, del Bambinello piangente: la sua prima lacrima si trasforma, con lo stupore di Giuseppe, in un prezioso diamante. L’arcangelo Gabriele porta la lacrima anche all’inferno, cambiando il male in bene e l’odio in amore: 

 

La poltat poi a su regnu infernale:

la mustrat solu un’attimu in sa jana:

ed ecco si suspendhet dogni male,

s’abblandhat dogni pena pius manna,

e dogni coro in odiu già alluttu

si sentit gana de cantare osanna.

Duos rajos de lughe

cumponen una rughe:

e in su breve istante

s’odiu ispasimante

tremet chei s’amore,

che gioja su dolore...

Pustis... peumbad in s’eternu luttu. 

(La porta poi al regno infernale, / la mostra solo un attimo all’ingresso: / ed ecco sospeso ogni male, / si placano tutte le pene più grandi / e ogni cuore già infiammato nell’odio / sente la voglia di cantare osanna. / Due raggi di luce compongono una croce: / e in quel breve istante / l’odio spasimante / freme come l’amore, / come gioia il dolore... / Quindi... piomba nel lutto eterno).  

 

Molto toccante, tipico del novello padre, affettuoso e felice, è il comportamento di Giuseppe, il falegname, nell’ultima strofa di Candh’es nadu Gesus in sa grutta:

 

E Zuseppe, ’isendhe lontanu

sa buttega lassada in reposu,

murmuttat: «Fisigheddu amorosu,

m’has a dare unu colpu e manu».

E t’hap’a narrer: «Fisigheddu, afferra

raspa e marteddhu: umpare

potemus consolare

totu sos poveritos de sa terra!» 

(E Giuseppe, sognando la chiusa bottega lontana, / sussurrava: «Amato figliolo, / mi darai un piccolo aiuto». / E io ti dirò: «Figlio, prendi / la raspa ed il martello: insieme / possiamo consolare / tutti i poverelli della terra.») 

 

E, poi, gli angeli, anch’essi grandi protagonisti dell’Evento soprannaturale. Li ritroviamo in molti versi delle canzoni natalizie di Pietro Casu. Così nella seconda e terza strofa di Naschidu est in sa cabanna:

 

«Gloria! gloria» cantant in chelu

lughidos Anghelos pro s’altu Re,

«Paghe e vittoria!» s’has bonu zelu,

anima povera, cantan pro te. 

E in giru a sa domitta

de anghelos si falàt

una truma beneitta,

chi ’olendhe s’allumàt. 

(«Gloria! gloria!» cantano nel cielo / angeli pieni di luce per l’alto Re, / «Pace e vittoria!» se hai il giusto zelo, / povera anima, cantano per te. // E intorno alla casetta / si posa una schiera benedetta di angeli, / che volando si accendono di luce).  

 

Insomma le parole e i versi sono un esempio di rara armonia che si abbina molto bene alle melodie composte da Agostino Sanna. Questi bellissimi canti fanno parte integrante del Natale di tutta la Sardegna e sono amati in ogni zona dell’Isola. Ascoltiamoli anche quest’anno con fede ed animo sereno. Ma soprattutto cantiamoli, festeggiando insieme e con gioia la nascita prodigiosa del Bambino venuto in mezzo a noi per salvarci: 

 

Es nadu, es nadu, es nadu su Bambinu!

enide, enide totu a l’ammirare!

enide a l’adorare, enide a l’adorare e a l’amare. 

(È nato, è nato, è nato il Bambino! / venite, venite tutti ad ammirarlo! / venite ad adorarlo, venite ad adorarlo e ad amarlo).

 

Giampaolo Lallai