Periodico mensile dei Padri Cappuccini e del Terz’Ordine Francescano della Provincia di Sardegna
 
 
Voce Serafica, Ottobre 2008
Cultura Excursus tra le chiese della Sardegna Simaxis, loc. San Vero Congius San Teodoro
di Osvaldo Lilliu

Simaxis, la chiesa di S.Teodoro
Simaxis, la chiesa di
S.Teodoro
(prima del restauro)
In epoca medioevale il sito era detto «curtis Sancti Theodori». Dal latino «Sanctus Theodorus» deriva «Santu Eoru», che, deformato nel sardo «Santu Eru», dà la versione italiana San Vero. Nel 1229 il paese è registrato come «Sant’Heru de Simayis» o «Sanctu Eru de Simmakkis». Nella seconda metà del Cinquecento il Fara cita l’«oppidum de S. Hieri» definendolo anche «oppidum Congii». Dal 1698 è affermato il toponimo San Vero Congius, che indica il luogo della chiesa altomedievale dedicata a San Teodoro, santo militare del calendario bizantino. Confrontando la prima immagine, che mostra la situazione precedente i restauri così come appariva negli anni ’70 circa, con la successiva, nella quale riporto il risultato di un infelice intervento «restaurativo», notiamo come una cattiva preparazione dei progettisti abbia condotto alla perdita di quasi tutti i valori architettonici, rendendo impossibile la leggibilità del monumento non solo ai profani, ma anche agli addetti ai lavori, con grave nocumento per la storia dell’architettura di un periodo importantissimo per la Sardegna medioevale.

Simaxis, La chiesa di S.Teodoro(dopo il restauro)
Simaxis, La chiesa di
S.Teodoro(dopo il restauro)
Infatti, mentre prima era possibile osservare la presenza di diverse tipologie murarie con le quali il manufatto era stato realizzato: «opus quadratum» (conci di forma quadra), «opus incertum» (conci irregolari) e, in misura notevolmente ridotta, «opus latericium» (laterizi), l’esecuzione di intonaci lisci e il «completamento» delle parti mancanti senza la precauzione di distinguerle in qualche modo da quanto era rimasto di originario, costituisce l’applicazione di un metodo assolutamente erroneo e privo di ogni rispetto per la «Carta del Restauro», che dovrebbe rappresentare per ogni tecnico un vero e proprio «vangelo». Gli intonaci lisci e dalle superfici regolari perfettamente squadrate hanno conferito alla struttura un’omogeneità non consona alla prassi costruttiva con cui era stata eretta, impedendo ogni ispezione utile a indagare le tecniche costruttive e le fasi edilizie originarie, tanto più che, dal punto di vista planivolumetrico, questo tipo di monumenti, databili fra il VI-VII e il IX-X secolo, attestano la continuità in epoca bizantina di modi architettonici che precedono l’invasione vandalica (455-533 d.C.).

Proprio questo ci consente di dedurre che la chiesa di San Vero Congius sembra riprodurre in scala minore l’assetto strutturale del San Saturnino di Cagliari. La pianta cruciforme caratterizzata, a differenza di quella vista nel numero precedente (Cossoine), dalla mancanza di abside, lascia supporre che sia stata edificata nella seconda metà del VI secolo. Al solito, i bracci sono coperti da volte a botte e al loro incrocio si eleva la cupola emisferica, secondo lo schema costruttivo consueto. Nelle testate Ovest e Sud si aprono due ingressi, il secondo dei quali fu ricavato in un secondo tempo. Fra l’imposta circolare della cupola e il vano quadrato sottostante si realizzano i soliti pennacchi di raccordo, caratteristici di queste tipologie. Gli archi frontali che generano le volte a botte dei bracci sono visibili all’esterno, poiché sporgono nelle testate di ogni braccio. Tale caratteristica si ritrova nel San Giovanni di Sinis, nella cui facciata si stagliano le volte a botte in corrispondenza delle tre navate dell’aula longitudinale, relativa all’ampliamento vittorino collocabile tra il IX e il X secolo. Ma anche di tale datazione non si può avere piena certezza, proprio a motivo della scarsa attendibilità dei lavori effettuati.

(6 - Continua)